La tesi

L’Europa non manca semplicemente di denaro. Fatica a trasformare in modo sistematico risparmio e patrimonio istituzionale in grandi quantità di capitale proprio per imprese europee ad alta crescita. Una parte del problema è normativa e istituzionale, una parte deriva dalla struttura dei sistemi finanziari nazionali e una parte dal fatto che il capitale trova spesso opportunità migliori altrove.

Fonti verificate fino al

Aggiornamenti

Aggiornamento del : aggiunte due visualizzazioni con dati OCSE e De Nederlandsche Bank, relative schede metodologiche e download versionati. L’aggiornamento non modifica la tesi dell’articolo.

Alla fine del 2024 i fondi pensione olandesi amministravano circa 1.568 miliardi di euro. Di questi, 97 miliardi erano investiti nelle imprese non finanziarie dell’Unione Europea. Nelle imprese statunitensi equivalenti erano 293 miliardi. Limitandoci alle azioni quotate, il confronto diventava ancora più netto: circa 63 miliardi nell’UE contro 254 miliardi negli Stati Uniti.

La tentazione è raccontare una storia semplice: l’Europa possiede il capitale, ma lo manda in America.

I dati raccontano qualcosa di più interessante.

Nel complesso quegli stessi fondi pensione investivano più in Europa che negli Stati Uniti, soprattutto attraverso titoli di Stato e istituzioni finanziarie. De Nederlandsche Bank osserva inoltre che il mercato azionario statunitense è enormemente più grande e che, nel quinquennio considerato, le azioni statunitensi detenute dai fondi olandesi avevano reso mediamente circa il 14%, contro il 7% delle europee. Quel confronto fotografa un periodo particolarmente favorevole alla tecnologia americana, non una legge strutturale sui rendimenti futuri, ma aiuta a spiegare le decisioni di portafoglio di quegli anni. (DNB, investimenti dei fondi pensione olandesi e rendimenti del quinquennio)

Fondi pensione olandesi: investimenti nelle imprese UE e USA

Stock detenuti nelle imprese non finanziarie dell’Unione europea e degli Stati Uniti a fine 2024. Il confronto non rappresenta l’intero portafoglio dei fondi pensione olandesi.

Unità: miliardi di euro

Fondi pensione olandesi: investimenti nelle imprese UE e USAStock detenuti nelle imprese non finanziarie dell’Unione europea e degli Stati Uniti a fine 2024. Il confronto non rappresenta l’intero portafoglio dei fondi pensione olandesi. Unità: miliardi di euro. Unione europea: 97; Stati Uniti: 293. La tabella contiene tutti i valori.

Area delle imprese non finanziarie

miliardi di euro
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Fondi pensione olandesi: investimenti nelle imprese UE e USA (miliardi di euro)
Area delle imprese non finanziariemiliardi di euro
1. Unione europea97
2. Stati Uniti293

Fonte: De Nederlandsche Bank

Fine 2024. Il confronto riguarda soltanto le imprese non finanziarie. Considerando anche titoli pubblici e investimenti nelle istituzioni finanziarie, DNB rileva investimenti complessivi maggiori in Europa che negli Stati Uniti. Sono stock di portafoglio, non flussi annuali di risparmio né nuovi finanziamenti direttamente ricevuti dalle imprese. Il caso riguarda fondi olandesi: non rappresenta tutti gli investitori europei. La notizia arrotonda ai miliardi; la precisione ulteriore non è stata acquisita. HTML originale indisponibile alla richiesta diretta (HTTP 403); conservato e hashato l'estratto manuale verificato. Totali Europe 679/USA 499 ed equity 63/254 esclusi: geografia e classificazione azionaria richiedono ulteriori controlli. Non dimostra fuga del capitale, effetti della frammentazione o causalità fra patrimonio pensionistico e destinazione.

Un fondo pensione non ha il compito di finanziare patriotticamente l’industria nazionale. Deve cercare rendimento e diversificazione compatibili con gli obblighi verso i propri iscritti.

È proprio questo a rendere il problema europeo più difficile.

Se il capitale può scegliere e sceglie spesso gli Stati Uniti, la domanda non è soltanto come trattenerlo in Europa. È perché l’Europa faccia più fatica a offrire abbastanza opportunità capaci di attrarlo.

Qui il campo è più preciso: pensioni funded, investimenti in equity e capitale per imprese ad alta crescita. Non rappresentano tutto il finanziamento dell’economia europea.

Dove il risparmio smette di diventare capitale di rischio

Parlare genericamente di “risparmio europeo” nasconde differenze enormi. Alla fine del 2024 gli asset detenuti nei sistemi pensionistici a capitalizzazione valevano circa il 206% del PIL in Danimarca, il 150,9% nei Paesi Bassi e il 116% in Svezia. In Italia erano circa l’11,7%, in Francia il 12,9% e in Germania il 6,4%. (OCSE, patrimonio pensionistico a fine 2024)

Patrimonio previdenziale in rapporto al PIL

Patrimonio dei pension providers a fine 2024, in percentuale del PIL. Sei Paesi europei selezionati, ordinati per valore decrescente, con gli Stati Uniti come confronto esterno. Non è una graduatoria completa dell’UE né un campione rappresentativo.

Unità: % del PIL

Patrimonio previdenziale in rapporto al PILPatrimonio dei pension providers a fine 2024, in percentuale del PIL. Sei Paesi europei selezionati, ordinati per valore decrescente, con gli Stati Uniti come confronto esterno. Non è una graduatoria completa dell’UE né un campione rappresentativo. Unità: % del PIL. Danimarca: 206,4; Paesi Bassi: 150,9; Svezia: 115,8; Francia (stima): 12,9; Italia: 11,7; Germania: 6,4; USA (confronto): 153,3. La tabella contiene tutti i valori.

Sei Paesi europei selezionati e confronto USA

% del PIL
Apri la tabella dati
Patrimonio previdenziale in rapporto al PIL (% del PIL)
Sei Paesi europei selezionati e confronto USA% del PIL
1. Danimarca206,4
2. Paesi Bassi150,9
3. Svezia115,8
4. Francia (stima)12,9
5. Italia11,7
6. Germania6,4
7. USA (confronto)153,3

Fonte: OCSE

Fine 2024. Non è una graduatoria completa dell’UE né un campione rappresentativo. I sei Paesi europei sono ordinati per valore decrescente; gli Stati Uniti sono un confronto esterno. Il confronto descrive i perimetri nazionali della tabella OCSE, non un identico insieme di soli fondi pensione. Francia: stima OCSE con ERAFP e CAVP; Germania: soltanto Pensionskassen/Pensionsfonds BaFin; Italia: anche book reserves; Paesi Bassi: soltanto pension funds. Non misura qualità o adeguatezza delle pensioni, né capitale disponibile per nuovi investimenti industriali. Una fotografia di fine 2024 non dimostra un andamento nel tempo; non sommare le percentuali nazionali o le riserve PPRF. Nessuna relazione causale con le due allocazioni DNB è stimata.

È una distinzione fondamentale. Dove la pensione viene finanziata principalmente attraverso un sistema pubblico a ripartizione non si accumula lo stesso patrimonio finanziario che troviamo nei grandi fondi olandesi, danesi o americani. L’Europa non parte quindi da un unico bacino omogeneo di capitale che Bruxelles dovrebbe semplicemente convincere a investire meglio. Il passaggio più interessante arriva un gradino più avanti, quando guardiamo chi finanzia i fondi di venture capital.

Secondo una ricostruzione della BCE sui limited partner che hanno investito in fondi VC fra il 2015 e il 2025, gli enti pubblici rappresentano circa il 36% della base degli investitori nell’UE, mentre i fondi pensione appena il 10%. Negli Stati Uniti la struttura è quasi capovolta: i fondi pensione pesano il 36%, le fondazioni il 25% e gli enti pubblici soltanto il 4%. Calcolando le quote sulla dimensione stimata dei commitment invece che sul loro numero, il peso dei pension funds europei sale, ma la composizione generale rimane diversa.

E i fondi pensione sono proprio gli investitori capaci di firmare gli assegni più grandi. La BCE stima commitment medi di circa 198 milioni di euro nell’UE e 291 milioni negli Stati Uniti. (BCE, composizione degli investitori VC e commitment medi)

Se la base di grandi investitori istituzionali privati è più stretta, diventa più difficile raccogliere fondi molto grandi. Se i fondi rimangono relativamente piccoli, diventa più difficile guidare round da centinaia di milioni quando una startup entra nella fase di crescita.

La differenza di scala è evidente: la BCE stima circa 930 miliardi di euro di dimensione aggregata dei fondi VC localizzati negli Stati Uniti, contro circa 150 miliardi nell’Unione Europea. (BCE, dimensione dei fondi VC europei e statunitensi)

Non siamo davanti soltanto a “meno soldi”.

Siamo davanti a una catena finanziaria diversa.

Negli Stati Uniti grandi investitori istituzionali privati alimentano grandi fondi, che possono sostenere round molto grandi. In Europa il settore pubblico ha un ruolo molto più importante nell’alimentare l’ecosistema, mentre la base dei grandi investitori istituzionali privati resta più stretta.

Il caso italiano

Per un lettore italiano il contrasto è ancora più evidente.

Gli asset pensionistici a capitalizzazione italiani valgono appena l’11,7% del PIL, contro il 150,9% dei Paesi Bassi. E contemporaneamente il settore pubblico svolge un ruolo enorme nell’ecosistema venture domestico. Nella propria relazione 2025, CDP Venture Capital dichiara di aver partecipato direttamente o indirettamente a oltre metà dei round del mercato italiano, corrispondenti a oltre il 60% degli importi erogati, e di sostenere una parte molto ampia degli operatori VC nazionali. (CDP Venture Capital, relazione finanziaria 2025)

Questo non dimostra che il capitale pubblico stia sostituendo capitale privato che altrimenti esisterebbe. Mostra però una struttura molto diversa da quella americana: meno patrimonio pensionistico funded e un attore pubblico sistemico nel venture capital.

Il problema europeo non ha quindi una sola geografia.

Quando una startup deve diventare grande

L’Europa produce startup. Il problema si accentua quando devono smettere di essere piccole. La BEI osserva che, dopo dieci anni di attività, le scale-up europee del campione hanno raccolto circa il 50% di capitale in meno rispetto alle imprese comparabili di San Francisco. E oltre quattro operazioni su cinque sulle scale-up UE coinvolgono un lead investor o un investitore unico straniero, contro appena il 14% nel campione di San Francisco. (BEI, divario di finanziamento delle scale-up)

Il capitale straniero non è di per sé un problema. Se finanzia una buona impresa europea, quell’impresa ha ottenuto risorse per crescere. Il problema emerge quando questa dipendenza si accompagna a una maggiore probabilità che l’azienda venga acquisita da un compratore estero o scelga di quotarsi fuori dall’UE.

E c’è un secondo dato che complica ulteriormente il racconto.

Circa il 70% del numero di commitment osservati degli LP europei va già a fondi VC domiciliati nell’UE. È un conteggio delle partecipazioni, non una quota del capitale investito. Quindi chi decide di investire in venture capital mostra già una preferenza piuttosto forte per i fondi europei.

Eppure oltre il 50% degli investimenti effettuati da fondi VC localizzati nell’Unione finisce in imprese localizzate fuori dall’UE, mentre per i fondi statunitensi la quota investita fuori dagli USA è circa il 20%. “Fuori dall’UE” non significa necessariamente “negli Stati Uniti”. Può comprendere anche ecosistemi finanziari europei ma non appartenenti all’Unione, come Regno Unito e Svizzera. La fonte BCE non fornisce in quel passaggio una scomposizione sufficiente per trasformare quel dato in una storia sulla “fuga verso l’America”. (BCE, destinazione geografica dei commitment e degli investimenti VC)

Ma la conclusione che possiamo trarne è già abbastanza importante:

il problema non si ferma ai risparmiatori né agli investitori istituzionali. Anche un gestore europeo, una volta ottenuto capitale, può trovare opportunità più interessanti fuori dall’Unione.

Quindi la relazione tra capitale e imprese funziona nelle due direzioni. Fondi relativamente piccoli possono limitare la crescita delle aziende europee. Ma poche grandi imprese europee investibili rendono anche meno interessante costruire fondi enormi focalizzati sull’Europa.

Opportunità, rendimenti e qualità delle imprese restano spiegazioni da confrontare con le altre, non fattori da presumere indipendenti dalle regole e dalle capacità delle istituzioni. I dati sulle destinazioni degli investimenti non ne isolano il peso causale.

Una legge non crea automaticamente un mercato

Da oltre dieci anni l’Unione cerca di integrare i propri mercati finanziari attraverso la Capital Markets Union e, oggi, la Savings and Investments Union.

Una delle cose più importanti che questa ricerca ci ha costretto ad ammettere è che molto può già essere fatto con gli strumenti attuali. L’UE ha adottato passaporti per fondi, regole comuni per il crowdfunding, nuove regole per il listing e forme di armonizzazione dell’insolvenza. Gli stadi però sono diversi: il quadro del crowdfunding è operativo, il Listing Act ha un’applicazione graduale e per le norme sull’insolvenza è ancora presto per misurare gli effetti. Per ESAP l’accesso pubblico è ancora programmato; per il Consolidated Tape l’autorizzazione non dimostra piena operatività. La revisione del PEPP è una proposta. Proposta, norma adottata, attuazione e capacità operativa sono passaggi distinti: nessuno, da solo, dimostra un impatto. Non è corretto raccontare un’Europa istituzionalmente impossibilitata ad agire.

Ma c’è una differenza enorme tra approvare una norma e risolvere il problema per cui quella norma è stata scritta.

Il PEPP, il prodotto pensionistico personale paneuropeo, è probabilmente l’esempio più chiaro. Il regolamento esiste dal 2019. A fine 2025 risultavano però soltanto due provider attivi nell’intera Unione. La Commissione ha quindi proposto una revisione profonda del sistema, riconoscendo fra i problemi alcune caratteristiche introdotte dallo stesso regolamento, come il tetto dell’1% alle commissioni, l’obbligo di offrire il prodotto in almeno due Stati e altre rigidità operative. (Commissione europea, proposta di revisione del PEPP)

Non tutto il problema viene però da Bruxelles. La previdenza continua a interagire con sistemi fiscali e pensionistici nazionali molto diversi, e l’organizzazione dei sistemi pensionistici resta competenza nazionale.

Il PEPP mostra quindi un limite interessante:

l’UE può creare un contenitore paneuropeo senza riuscire automaticamente a creare tutte le condizioni economiche che rendono conveniente riempirlo.

Il crowdfunding offre un altro caso: un’attività già operativa dentro un quadro europeo comune. Nel 2024, sotto il quadro europeo, 181 provider hanno raccolto 4,25 miliardi di euro in 21 Stati membri. (ESMA, crowdfunding europeo: dati 2024) Questi dati descrivono l’attività dei provider, ma non isolano il contributo causale della norma né determinano la quota effettivamente transfrontaliera. Non escludono che la norma abbia contribuito.

Stessa Unione e stessi trattati, con esiti diversi. Ma sono prodotti con funzioni e destinatari differenti, misurati con unità e periodi diversi: il numero di provider pensionistici e gli euro raccolti nel crowdfunding non sono direttamente comparabili. Il contrasto non basta a stabilire quale causa abbia contato di più né a giudicare nel complesso l’assetto istituzionale.

Questo è il motivo per cui nella nostra mappa “L’Europa che abbiamo: mercato dei capitali” non classifichiamo semplicemente le misure come approvate o bocciate. Per ciascuna ricostruiamo il problema iniziale, la proposta, la base giuridica, la regola decisionale, cosa è sopravvissuto al negoziato, l’implementazione e, quando disponibile, il risultato misurabile.

Due celle rimangono deliberatamente aperte.

Non sappiamo ancora se DEBRA sarebbe passata con una maggioranza qualificata. E non sappiamo quanto capitale privato investito nei fondi ETCI sia davvero addizionale, cioè quanto non sarebbe esistito senza l’intervento pubblico.

Non riempire una cella è parte del lavoro.

Consulta la scheda Mercato dei capitali europeo: riforme, regole, risultati.

Dove finisce davvero la capacità dell’UE attuale

Quello che l’Unione può già fare e quello che ha già fatto non ci dicono ancora se gli strumenti siano sufficienti. Per ciascun compito bisogna verificare che cosa mantenere, quali poteri disponibili attivare, che cosa riformare o completare e che cosa, eventualmente, manca e andrebbe istituito.

Non aver dimostrato la necessità di una specifica funzione federale non significa averne dimostrato l’inutilità. La domanda è quali decisioni, risorse e responsabilità servano per quel compito, e a quale livello.

Fiscalità

DEBRA è il caso più diretto. Nel maggio 2022 la Commissione propose una direttiva per ridurre il vantaggio fiscale del debito rispetto al capitale proprio. Il punto economico era semplice: se un’impresa può dedurre gli interessi pagati sul debito ma non il costo del capitale proprio, il sistema fiscale tende a favorire il finanziamento tramite debito.

Il Consiglio completò l’esame tecnico della proposta nel novembre dello stesso anno. Il rapporto ECOFIN registra che l’esame venne poi sospeso, alla luce delle numerose interconnessioni con gli altri dossier di tassazione societaria, con l’idea di riesaminarlo eventualmente in un quadro più ampio. (Consiglio dell’UE, rapporto ECOFIN sulla sospensione di DEBRA) La Commissione ha successivamente inserito DEBRA fra le proposte destinate al ritiro nel programma di lavoro 2026, pubblicato nell’ottobre 2025. (Commissione europea, proposte da ritirare nel programma di lavoro 2026)

È esattamente il tipo di caso che potrebbe sostenere una tesi istituzionale più forte: una leva fiscale direttamente collegata all’equity, dentro una materia dove il processo decisionale europeo è particolarmente difficile.

Ma non possiamo scrivere che l’unanimità ha ucciso DEBRA. Le fonti che abbiamo non dicono quali Stati fossero contrari né dimostrano che esistesse una maggioranza che l’avrebbe approvata con un’altra regola di voto. Questa causalità rimane non dimostrata.

Supervisione

La BCE continua a indicare la frammentazione della vigilanza come uno degli ostacoli all’integrazione finanziaria europea e sostiene che una maggiore convergenza, insieme a maggiori poteri europei di supervisione in alcune aree, potrebbe ridurre differenze interpretative e arbitraggio normativo. (BCE, integrazione finanziaria e convergenza della supervisione)

Qui una struttura più centralizzata potrebbe avere un effetto diretto. Non produrrebbe automaticamente più capitale, ma potrebbe rendere un mercato realmente continentale meno dipendente da interpretazioni e prassi nazionali differenti.

Pensioni

È il nodo più delicato.

Per spostare davvero l’Europa verso una base più ampia di grandi investitori istituzionali servirebbe aumentare la previdenza complementare funded in molti Paesi. Ma non è una modifica tecnica al regolamento sui mercati. Significa cambiare il modo in cui una società finanzia la vecchiaia dei propri cittadini, chi sostiene il rischio d’investimento e come vengono distribuiti i costi tra generazioni.

Un prodotto pensionistico portabile, la formazione di nuovo patrimonio previdenziale funded e l’allocazione prudenziale dello stock già accumulato sono compiti diversi. Per ciascuno bisogna chiarire come si distribuiscano rischi, costi e responsabilità fra beneficiari e generazioni.

Non è dimostrato che una capacità comune possa incidere soltanto costruendo o coordinando un pilastro pensionistico europeo di dimensioni significative. Costruire quel pilastro sarebbe una scelta politica enorme, molto diversa dal semplice “completiamo il mercato unico”; non è una necessità stabilita da questa ricerca.

Una regola può cambiare la struttura del capitale

Gli Stati Uniti offrono un precedente utile proprio perché impedisce di ridurre tutto a una vaga “cultura americana del rischio”.

Il venture capital statunitense esisteva già da decenni quando, nel 1979, il Dipartimento del Lavoro adottò una regolazione sul prudent man standard dell’ERISA che chiariva che la rischiosità di un singolo investimento non dovesse essere giudicata isolatamente, ma nel contesto dell’intero portafoglio. (U.S. Department of Labor, Investment Duties: regolazione ERISA del 26 giugno 1979) Questo contribuì a rimuovere un forte deterrente all’allocazione pensionistica verso asset più rischiosi, incluso il venture capital.

I numeri storici sono notevoli.

Nel 1978 entrarono nei nuovi fondi VC circa 424 milioni di dollari e i pension funds fornivano appena il 15% del capitale. Otto anni dopo, con più di 4 miliardi affluiti ai nuovi fondi, i fondi pensione rappresentavano oltre metà dei contributi. Gompers e Lerner considerano il cambiamento della prudent man rule uno dei fattori importanti dietro questa crescita, non l’unica causa. (Kortum e Lerner, dati storici sulla raccolta VC; Gompers e Lerner, fattori della raccolta VC e regole pensionistiche)

La stessa BCE utilizza oggi quel precedente nel discutere la debole partecipazione dei pension funds europei al VC e le possibili revisioni del quadro prudenziale europeo.

Il precedente americano non dimostra che una norma abbia creato Silicon Valley. Non ha inventato il microprocessore, costruito università, generato imprenditori o garantito rendimenti.

Ha però modificato, con una regola applicabile a un enorme bacino di capitale, chi poteva finanziare l’ecosistema e a quale scala.

In Europa la Commissione sta cercando oggi di muoversi nella stessa direzione, ma deve farlo dentro sistemi nazionali molto diversi. Nel 2026 ha indirizzato 36 raccomandazioni a 23 Stati membri, chiedendo interventi su partecipazione degli investitori istituzionali, previdenza complementare, venture capital, private equity e growth financing. (Commissione europea, 36 raccomandazioni SIU a 23 Stati membri) La stessa Commissione afferma esplicitamente che la Savings and Investments Union non può essere costruita da Bruxelles soltanto.

Questo ci offre un test concreto per il futuro. Fra dodici mesi potremo distinguere l’avvio e l’adozione delle riforme dalla loro effettiva attuazione, verificare chi raggiungono e quali effetti siano già osservabili.

Dire che gli Stati possono agire è una cosa. Verificare se riescono a farlo contemporaneamente è un’altra.

Una Costituzione non crea Nvidia

Dopo tutta questa ricerca, la risposta alla domanda federalista è molto meno spettacolare di quanto si potrebbe desiderare.

Una Federazione potrebbe semplificare alcune leve fiscali, centralizzare maggiormente la supervisione e, se esistesse la volontà politica, costruire strumenti pensionistici comuni molto più profondi. Potrebbe inoltre coordinare investimenti strategici e capacità finanziarie su scala continentale.

Ma non crea automaticamente aziende tecnologiche migliori o opportunità d’investimento. Non garantisce rendimenti superiori, compratori, IPO liquide, gestori competenti o track record. E non impedisce a un fondo pensione olandese di comprare aziende americane se quelle aziende rappresentano l’investimento migliore.

Una Costituzione non crea Nvidia.

Può cambiare il terreno sul quale una Nvidia europea potrebbe nascere, finanziarsi e crescere. È una differenza enorme. La ricerca non sostiene l’idea che una modifica costituzionale o più potere europeo garantiscano da soli questi risultati. Questo non confuta ogni compito comune o federale precisamente delimitato: resta da verificarne il contributo, insieme a costi e alternative.

Il capitale e le imprese si rincorrono

Rimane però un problema che non si lascia dividere comodamente tra mercato e istituzioni.

Fondi relativamente piccoli significano minore capacità di finanziare grandi round. La scarsità di grandi round rende più difficile trasformare una startup europea in una scale-up globale. Se le grandi imprese e le exit europee sono poche, il mercato diventa meno interessante per i grandi limited partner. Una base di LP più debole produce, a sua volta, fondi più piccoli.

Il ciclo può quindi alimentarsi da solo.

È qui che ETCI diventa interessante. Non perché dimostri che il capitale pubblico possa sostituire il mercato, ma perché prova deliberatamente a intervenire sulla scala: usare capitale pubblico come anchor per far nascere fondi abbastanza grandi da attrarre altri investitori e sostenere round di crescita che il mercato europeo ha storicamente faticato a finanziare. Al 15 settembre 2026 l’EIF dichiara 3,5 miliardi di euro investiti nei fondi e 15 mega-fund sostenuti. (EIF, European Tech Champions Initiative; EIF, avanzamento dei fondi ETCI 1)

Rimane però una cifra che non abbiamo: quanto del capitale privato raccolto da quei fondi non sarebbe esistito senza l’anchor pubblico? Le dimensioni dei fondi sono osservabili. I commitment dell’EIF sono osservabili. Nelle fonti utilizzate non è disponibile una stima causale sufficiente di quel capitale addizionale. La mobilitazione osservata non distingue, da sola, capitale davvero nuovo, anticipato nel tempo, spostato da altri investimenti o sostituito dall’intervento pubblico. Per questo, nella nostra mappa, quella cella resta vuota: addizionalità non determinata non significa addizionalità nulla.

La valutazione pubblica ETCI 1.0 supporta l’esistenza di un effetto di signalling e di un ruolo catalitico plausibile, ma non consente di quantificare causalmente il capitale privato addizionale. (EIF, valutazione pubblica di ETCI 1.0; Gruppo BEI, distinzione tra mobilitazione e crowding-in, box 15)

Il precedente americano mostra comunque qualcosa di importante: quando un ecosistema finanziario è bloccato in un equilibrio che si autoalimenta, modificare in modo coordinato il comportamento di una grande categoria di investitori può produrre conseguenze molto più ampie della singola riforma incrementale.

Non dimostra che la stessa soluzione funzionerebbe in Europa.

Ma sposta la domanda federalista.

La formula:

“Bruxelles non ha abbastanza potere per costruire un mercato dei capitali.”

è troppo generale. L’UE dispone già di strumenti importanti; questo non dimostra che siano sufficienti per ogni compito.

La domanda diventa:

se il problema richiede contemporaneamente pensioni, fiscalità, supervisione, fondi più grandi e un mercato industriale realmente continentale, quanto è probabile che ventisette riforme nazionali separate rompano insieme lo stesso equilibrio?

È una domanda empirica. E possiamo cominciare a verificarla.

Nel giugno 2026 la Commissione ha rivolto 36 raccomandazioni a 23 Stati membri su previdenza complementare, partecipazione degli investitori istituzionali, venture capital, private equity e growth financing. Torneremo su quei numeri nel settembre 2027. Il test riguarda le raccomandazioni e gli Stati destinatari qui indicati; non coincide con l’interrogativo generale sul coordinamento nell’intera Unione.

L’avvio e l’adozione delle riforme saranno passaggi da registrare, distinti dalla loro attuazione, dalla copertura effettiva e dagli effetti. Per giudicare la capacità di coordinarsi dovremo esaminare questi elementi separatamente. Eventuali ritardi richiederanno di ricostruirne le cause prima di attribuirli all’assetto istituzionale.

E a quel punto il prossimo passaggio della ricerca non riguarda più il denaro. Riguarda le imprese.

Oltre metà degli investimenti dei fondi VC domiciliati nell’UE cerca opportunità fuori dall’Unione, mentre le scale-up europee dipendono molto più delle loro equivalenti americane da investitori stranieri.

Il capitale, quindi, non è soltanto una possibile causa del problema. È anche una conseguenza.

La domanda successiva è inevitabile:

Perché l’Europa riesce a creare startup, ma fatica molto di più a trasformarle in giganti?

Quello è il prossimo anello della catena.

Fonti e documenti

  1. De Nederlandsche Bank, Dutch pension funds invest more in US companies than in European companies

    Dati a fine 2024 e rendimenti del quinquennio precedente, pubblicati l’11 marzo 2025. Investimenti con metodologia look-through.

  2. OECD, Pensions at a Glance 2025: Assets earmarked for retirement

    Tabella 9.2, patrimonio dei pension providers a fine 2024 in rapporto al PIL; distinto dalle riserve pubbliche dei sistemi a ripartizione.

  3. Banca centrale europea, Financial Integration and Structure in the Euro Area 2026

    Rapporto di maggio 2026. Struttura dei mercati, base degli investitori e frammentazione della supervisione; dati del rapporto con cutoff 9 aprile 2026.

  4. Banca centrale europea, Exploring the investor landscape for venture capital

    Box 4 del rapporto 2026: LP e fondi VC nel 2015-2025. Quote LP calcolate sul numero di investimenti; commitment medi stimati dove il dato puntuale manca. Anche il 70% dei commitment verso fondi UE riguarda il numero, non il loro ammontare monetario.

  5. Banca europea per gli investimenti, The scale-up gap

    Studio BEI del 24 luglio 2024 sulle scale-up e sulle condizioni di finanziamento. Confronto del campione UE con San Francisco.

  6. CDP Venture Capital, Relazione finanziaria annuale 2025

    Dichiarazioni della società sul proprio ruolo nel mercato italiano: partecipazione diretta e indiretta ai round del 2025.

  7. Commissione europea, proposta di revisione del PEPP, COM(2025) 840

    Proposta di revisione del 2025: due provider attivi, cost cap dell’1%, comparti nazionali e vincoli del prodotto.

  8. ESMA, Crowdfunding in the EU 2025

    Report ESMA 2025 sui dati dell’attività nel 2024: 181 provider, 4,25 miliardi di euro, 21 Stati membri.

  9. Consiglio dell’Unione europea, rapporto ECOFIN 2022 sulle questioni fiscali: DEBRA

    Stato del negoziato DEBRA nel 2022: esame tecnico e sospensione connessa agli altri dossier di tassazione societaria.

  10. Commissione europea, programma di lavoro 2026: allegato IV, proposte da ritirare

    Pubblicato il 21 ottobre 2025. Allegato IV, riga 5, pagina 27: DEBRA tra le proposte da ritirare. Il programma di lavoro 2025 la elencava ancora fra le proposte pendenti.

  11. U.S. Department of Labor, Investment Duties, 29 CFR 2550.404a-1: Federal Register, vol. 44, n. 124, 26 giugno 1979

    Regolazione finale e preambolo, pp. 37221-37225; a p. 37222 il Dipartimento chiarisce la valutazione dell’investimento nel portafoglio e la compatibilità potenziale dei titoli di piccole o nuove società con la prudence rule.

  12. Samuel Kortum e Josh Lerner, Does Venture Capital Spur Innovation?, NBER Working Paper 6846

    Dicembre 1998, sezione 2: dati storici sui flussi ai fondi VC nel 1978 e otto anni dopo.

  13. Paul A. Gompers e Josh Lerner, What Drives Venture Capital Fundraising?, NBER Working Paper 6906

    Gennaio 1999. Analisi dei fattori che influenzano la raccolta VC, incluse regole pensionistiche, domanda di capitale, rendimenti e reputazione dei gestori.

  14. Commissione europea, Commission adopts European semester spring package

    9 giugno 2026: 36 raccomandazioni a 23 Stati membri per la Savings and Investments Union, su pensioni complementari, investitori e finanziamento della crescita.

  15. Fondo europeo per gli investimenti, European Tech Champions Initiative: overview

    Dati EIF al 15 settembre 2026: fino a 3,9 miliardi di risorse iniziali e circa 3,5 miliardi investiti nei fondi; avanzamento ETCI 1.

  16. Fondo europeo per gli investimenti, Evaluation of ETCI 1.0: Final report, public version

    Valutazione pubblica del 22 agosto 2025: ruolo di segnalazione e catalisi dell’EIF, raccolta dei fondi e interviste agli operatori.

  17. Gruppo BEI, EIB Group contribution to InvestEU 2021-mid 2025: An independent evaluation

    Marzo 2026, box 15, pagina 66: distinzione metodologica tra mobilitazione, partecipazione privata e crowding-in.

  18. Fondo europeo per gli investimenti, ETCI 1: progress

    Avanzamento ETCI 1 al 15 settembre 2026: 15 mega-fund sostenuti. Distinto dal numero di imprese o unicorns.

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